Maybe English is not my language....

mercoledì, giugno 30, 2010

La leggenda del pianista sull'oceano.

Tutta quella città... non si riusciva a vederne la fine...
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
Era tutto molto bello, su quella scaletta... e io ero grande con quel bel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi che sarei sceso, non c'era problema.
Non è quello che vidi che mi fermò, Max.
È quello che non vidi.
Puoi capirlo? Quello che non vidi... In tutta quella sterminata città c'era tutto tranne la fine.
C'era tutto.
Ma non c'era una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita.
Questo a me piace. In questo posso vivere. Ma se tu.
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai... Quella tastiera è infinita.
Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche soltanto le strade, ce n'erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voi laggiù a sceglierne una.
A scegliere una donna.
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce, e quanto ce n'è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla...
Io ci sono nato su questa nave. E vedi, anche qui il mondo passava, ma non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano, ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato a vivere in questo modo.
La terra... è una nave troppo grande per me. È una donna troppo bella. È un viaggio troppo lungo. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare.
Non scenderò dalla nave.
Al massimo, posso scendere dalla mia vita.
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Quello che per primo vede l'America.
Su ogni nave ce n'è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no... e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.
Quella è gente che da sempre c'aveva già quell'istante stampato nella vita.
E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l'America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c'era già, in quegli occhi, di bambino, tutta, l'America.


Tratto da Novecento di Alessandro Baricco.

Per questi film posso piangere solo io. Ecco come mi sento quando vedo un film che mi cattura particolarmente, sento di dover farlo conoscere al mondo. Mi piace quando vedo che la gente apprezza quello che apprezzo io. Però allo stesso tempo apprezzo anche quando la gente lo denigra e lo disprezza, non fraintendetemi, non sono masochista e non mi piace prendermi con le persone. Però mi piace vedere che certe cose possono rimanere diciamo, una mia esclusiva. Che possano piacere soltanto a me e basta.
Pensiero egoistico. Bah.
Spero che vi piaccia per chi lo vedrà, e che vi sia piaciuto per chi l'ha visto. Altrimenti.. Sapete già come la penso.
Ora scappo, domani mi aspetta una lunga giornata e in questa lunga giornata è incluso anche portare mia sorella al cinema, dato che le ho promesso di portarla a vedere Eclipse in un secondo di folle amore fraterno. -.- E lei se ne ricorda.
A presto!

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